La memoria come cura contro la damnatio memoriae

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di Renzo Samaritani Scheider

Vorrei proporvi una domanda semplice, ma forse difficile: Cosa succede a una comunità quando decide di non ricordare? La storia non è fatta soltanto di eventi. È fatta di ciò che scegliamo di tramandare… e di ciò che lasciamo cadere nel silenzio.
Nell’antica Roma esisteva una pratica molto precisa: la damnatio memoriae.
Quando qualcuno veniva considerato indegno di essere ricordato, il suo nome veniva cancellato dalle iscrizioni, le statue distrutte, i ritratti eliminati. Era una forma di condanna estrema.
Non bastava che quella persona morisse. Bisognava fare in modo che non fosse mai esistita. Era, in fondo, una seconda morte. Quando una comunità rimuove una parte della propria storia, anche se dolorosa, accade qualcosa di simile.
La ferita non scompare. Semplicemente smette di essere nominata. Ma una ferita che non viene nominata non guarisce. Resta nascosta e continua a vivere nei silenzi, nelle paure, nelle abitudini di una comunità.
Negli ultimi anni perfino la scienza ha iniziato a parlare di questo fenomeno: i traumi collettivi possono attraversare le generazioni, non solo nei racconti delle famiglie, ma anche nei comportamenti e nei silenzi che si trasmettono senza essere nominati.
Per questo la memoria non è soltanto un fatto culturale. È anche un processo di guarigione. Io ho imparato questa cosa nella mia storia personale.

Sono figlio della scrittrice Helga Schneider, che ha raccontato nei suoi libri il peso della memoria della guerra e della Shoah.

Sono cresciuto dentro una storia familiare complessa, in cui la memoria non era una scelta letteraria, ma una necessità morale. Ho capito presto che il silenzio non protegge. Il silenzio, spesso, deforma. Ricordare, invece, significa dare un nome alle cose.

Guardare la realtà senza cancellarla. Non per riaprire il dolore, ma per trasformarlo in consapevolezza.
E questo vale non solo per le storie individuali, ma anche per le storie delle città. Ogni comunità porta dentro di sé pagine luminose e pagine difficili.
Se si raccontano solo le prime, la narrazione resta incompleta. La maturità di una comunità si vede anche dalla capacità di guardare le proprie ferite senza paura. Per questo giornate come questa hanno un valore profondo. Non servono per dividere.
Servono per restituire dignità alla memoria. Dignità a persone che hanno vissuto, sofferto e perso la vita. Dignità a una città che decide di non lasciare più quel ricordo nel silenzio. Vorrei anche ringraziare le rappresentanze delle istituzioni e delle diverse forze politiche della nostra città che sono presenti qui questa sera.
E insieme a loro, desidero rivolgere un ringraziamento altrettanto sentito al mondo della scuola qui presente — ai docenti e agli studenti — perché è proprio attraverso la scuola che la memoria può essere custodita, compresa e trasmessa alle nuove generazioni. Il fatto che, al di là delle appartenenze, tanti rappresentanti della vita pubblica di Trani abbiano scelto di essere qui dimostra una cosa importante: che la memoria, la storia e la cultura di una città non appartengono a un partito. Appartengono a tutti. A chi è nato qui, a chi vive qui da poco, a chi ha scelto Trani come casa anche arrivando da lontano. E soprattutto alle generazioni che verranno dopo di noi.
Ed è proprio in questo spirito che mi permetto di condividere un auspicio semplice: che la città di Trani possa riconoscere ufficialmente il 1° aprile come propria Giornata della Memoria Civile, dedicata alle vittime di quella strage.
Non per riaprire ferite, ma per curarle. Non per dividere, ma per ricordare insieme. Perché ricordare ogni anno quel giorno significherebbe restituire voce a chi l’ha perduta e offrire alla città un antidoto alla damnatio memoriae.
Perché una città che ricorda non è più fragile. È più consapevole.

Grazie.

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